Di e con Andrea Pennacchi e Giorgio Gobbo
Musiche dal vivo di Giorgio Gobbo

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Nella lezione spettacolo Capitan Salgari alla riscossa , insieme ad alle parole di Andrea Pennacchi e alle suggestioni musicali di Giorgio Gobbo, il pubblico sarà invitato a sciogliere gli ormeggi e partire per le mirabolanti avventure inventate da Emilio Salgari.
Fin da giovane, l’autore veronese nutrì il sogno di viaggiare in terre lontane e selvaggie ma – purtoppo o perfortuna – ci riuscì soltanto attraverso la sua immensa fantasia. I suoi numerosissimi racconti, popolati da tigri, corsari e donne da salvare, rivivranno in scena grazie allo storytelling epico, esotico e spesso comico di un attore – e soprattutto autore sapiente – come Andrea Pennacchi.

Ecco papà Catrame seduto sul barilotto, colle gambe
incrociate alla maniera dei turchi, e circondato da tutti i
marinai i quali sbarrano tanto d’occhi e aguzzano per bene
gli orecchi per non perdere una sillaba dl quanto egli sta per
narrare.
Il vascello maledetto

Sandokan l’ho conosciuto attraverso la televisione, prima che sui libri, e per me ora ha in modo indelebile il volto di Kabir Bedi, eppure quei racconti esotici e caserecci al tempo stesso hanno formato il mio immaginario in modo fondamentale.
Per cent’anni l’opera di Emilio Salgari ha unificato l’Italia, nella lingua e nell’immaginario, più del suo contemporaneo De Amicis; i suoi 88 romanzi e racconti, ambientati in luoghi lontani ed esotici, hanno contribuito all’educazione dei giovani italiani più di quanto i suoi detrattori siano disposti ad ammettere, da vero precursore dell’industria culturale moderna.
Il giovane Salgari nutriva un grande sogno: solcare i mari e gli oceani per raggiungere terre lontane e selvagge: apparentemente non vi riuscì mai. In realtà, la sua fantasia spaziò senza limiti nello spazio e nel tempo, immedesimandosi nei suoi eroi e vivendo le sue avventure al punto di raccontarne alcune come se provenissero dalla sua esperienza. Credeva talmente nei suoi racconti da mettere in scena la propria tragica morte, nel 1911, come fosse l’epilogo di un popolare melodramma.

E forse in nessun altro eroe si identificò come nel pirata Sandokan, la tigre della Malesia. In Sandokan, durezza dell’epica, esotismo e convenzionali languori da Belle Epoque (nelle parole del critico Antonio Franchini) concorrono nella creazione di un archetipo che è servito a far sognare ragazzi nati, grosso modo, fra il 1870 e il 1970. Un secolo intero, in uno dei momenti di massima accellerazione, velocità, ricambio della storia e dei suoi miti, non è poco.
Salgari, Sandokan e il Corsaro Nero non sono più ciò che gli educatori ritenevano un invito alla fantasia anarchica e improduttiva, alla permanenza nella ripetitività circolare tipica dell’infanzia, alla monotonia ossessiva – quel mondo sempre identico di giungle, pagode, mari e prahos – un rassicurante giardino d’infanzia dal quale a un certo punto, con l’arrivo della maturità, sarebbestato bene emanciparsi.
Creatore e creatura, il capitano Salgari e il suo pirata, ricompaiono assieme, affratellati nello stesso paradigma, maturo, addirittura intellettuale, questa volta: l’amarezza per il valore sfortunato, la compassione per l’ingiusta irrisione dei contemporanei, la tenerezza verso l’immaginazione surriscaldata, la nostalgia per lo scarto insopportabile tra la realtà e l’avventura, lo stupore per una visione del mondo già multiculturale, anticolonialista e anticapitalista (già in Giovanni Arpino, Paco Ignatio Taibo II ed Ernesto Ferrero).

Mi piacerebbe raccontare un po’ della mirabolante vita della fantasia di Emilio Salgari, unita a un’avventura della sua creatura di maggior successo, come omaggio a un grande narratore e per ricordare un genere letterario poco blasonato, ma di grande impatto.
Andrea Pennacchi

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