Di e con Andrea Pennacchi
Con le musiche di Giorgio Gobbo

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“C’era una volta un famoso scienziato che si chiamava Galileo Galilei. Fu processato
dall’Inquisizione e costretto a ritrattare i propri insegnamenti”. Così Karl Popper (all’inizio di Trepunti di vista a proposito della conoscenza umana, in scienza e filosofia)  riassume la favola (vera) che dà inizio alla modernità. Per noi Galileo (1564-1642) è il padre della scienza moderna, il grande astronomo che ha mandato in frantumi “la fabbrica dei cieli” aristotelico-tolemaica, l’uomo le cui capacità condussero alla vittoria del copernicanesimo e alla fondazione della scienza moderna.

Vorremmo raccontare la sua storia dal momento in cui, primo al mondo, rivolse il suo cannocchiale verso il cielo: un giovane e abile studioso, capace di costruire strumenti meccanici incredibili, che però insegnava una materia minore, subalterna alla filosofia, e che si dibatteva costantemente in angustie economiche. Un uomo che reggeva la fiaccola della scienza in un mondo dominato ancora dalla paura, dalla violenza e dalla superstizione, in cui tutto ciò che riguardava la scienza si faceva per la prima volta e lui stesso non esitava a ricorrere all’astrologia per scoprire cosa gli riservasse il
futuro.

Il giovane studioso guardò il cielo con la meraviglia di un bambino che scopre un mondo nuovo:“ho osservato più volte con incredibile godimento dell’animo, le Stelle, tanto fisse che erranti” (scrive così nel Sidereus nuncius del 1610), senza sapere quali risultati rivoluzionari sarebbero scaturiti da questa sua osservazione. Il primo segno che il nostro scienziato notò era apparentemente innocuo: forse per amore dell’Ariosto e volendo emulare Astolfo, Galileo puntò il suo nuovo cannocchiale verso la luna, creduta liscia e immutabile come una sfera geometrica.
Quello che vide lo lasciò sbalordito: la luna aveva montagne e valli, come la terra; forse dava asilo anche a forme di vita!