Di e con Andrea Pennacchi
Musiche di Giorgio Gobbo
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In Italia i film di arti marziali sono arrivati a rilento, perchè c’era il monopolio di Piedone. Piedone a Hong Kong è del 75. C’erano tante arti marziali anche lì, ma imparavi solo che se eri alto due metri, pesavi più di cento chili ed eri
stato olimpionico di nuoto e ti chiamavi Bud Spencer, potevi fare un po’ quello che volevi. Ma, alla fine, l’Oriente di Hollywood e Hong Kong approda anche qui, assieme alle idee di Bruce Lee. E il mondo (il mio almeno) non è più lo stesso.

Bruce Lee è morto nel 73, all’età di 33 anni. E sulla tomba ci hanno scritto: “Your inspiration continues to guide us toward our personal liberation”, la tua ispirazione continua a guidarci verso la nostra liberazione personale. Non è quello che ti aspetti di trovare sulla tomba di Van Damme, Chuck Norris o Steven Seagall.
Dai suoi film parte un’intera corrente di cinema, non solo trash, che arriva a La tigre e il dragone e Kill Bill; con le sue idee sul combattimento nasce l’Ultimate Fighting Championship (nato anche con lo zampino di John Milius, il regista del primo Conan) che per popolarità sta superando la boxe negli U.S.A., e che tra poco sbarcherà anche in Italia; i suoi film hanno causato l’apertura di una miriade di palestre di kung fu, alcune delle quali predicano lo stile di Bruce Lee come una fede.
Il fatto è che Bruce era anche un filosofo: un anarchista epistemologo.
Il cinema non è posto per la filosofia, ma violenza e sesso sono i linguaggi più antichi e universali. E i produttori cinematografici lo sanno bene. Nei film di Bruce, sesso non ce né, ma violenza a fiumi sì.
In mezzo al fiume di sangue: perle di saggezza pop.
Questo non è un pugno.
Questo non è un racconto per uomini alla ricerca del macho interiore, non è maschilista, è il percorso di un uomo in una strada che potrebbe essere anche delle donne.
Questo non è un racconto sulle arti marziali, o sulla vita di Bruce Lee, come racconti la vita di un mito?
Questa è una storia di storie.
Ed è una storia sulla lotta tra le storie, su come le storie cavalchino la gente. Perché hanno bisogno di noi umani per vivere, riprodursi, crescere. E alcune storie sono buone, e si prendono cura di noi, ci fanno crescere, ci allungano la
vita in un rapporto di simbiosi, come il paguro leremita e lattinia, il mocio velenoso che gli cresce sulla guscia. Altre storie sono cattive, virus, parassiti che si mangiano il portatore, li possiedono come djin, demoni del deserto, incubi e
succubi, ti danno visioni inconsistenti e intanto ti ciucciano fino a lasciare solo linvolucro vuoto.
Questo è un racconto in cui non una parola, di quelle che vi toccano, non una, non passata per la carne, il cuore e anche la testa. Niente, che non sia passato per ecchimosi, abrasioni, tendinite, slogature, acido lattico, rotture, tagli
esperienza. Esperienza anche di quello che non sono, perchè anche a questo servono le storie. A sperimentare quello che non sei e forse non sarai mai.
Volevo raccontare un po’ di Bruce Lee.
Glielo devo, del resto mi ha salvato la vita.

Andrea Pennacchi

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